Il pifferaio magico

La città di Hamelin si trova nella regione del Brunswick, in Germania, dove il fiume Weser, largo e profondo, bagna le sue mura dal lato sud. Un posto piacevole, ma non quando questa storia ebbe inizio, poiché i suoi abitanti pativano tutti per causa di un flagello: i ratti! i quali attaccavano i cani, uccidevano i gatti, mordevano i bambini nelle culle, spaventavano le donne, mangiavano il formaggio nei calderoni, leccavano la minestra nei mestoli dei cuochi, aprivano i barili delle acciughe salate, fino a fare i nidi dentro i cappelli degli uomini, gridando e squittendo in tanti modi differenti.
Finalmente la gente, come un sol uomo, si diresse verso il municipio:
– E’ chiaro, – essi dicevano, – il sindaco è uno sciocco e pure la giunta se pensano che noi compriamo abiti foderati di ermellino per chi non sà decidere come fare a sbarazzarsi di questo flagello.

La giunta era a consiglio da ore senza aver trovato soluzione quando il sindaco ruppe il silenzio:
– Venderei il mio vestito di ermellino anche per un fiorino, se si potesse trovare una trappola adatta.
– Il popolo protesta! – dissero alcuni della giunta.
– Certo – riprese il sindaco – ma e’ facile dire a uno di spremersi il cervello. Ah! la mia povera testa, me la sono grattata per niente! Vorrei essere lontano di qui un miglio!
Nella piazza i cittadini erano fitti e si accalcavano davanti al portone del municipio:
– Quando troverete il mezzo per sbarazzarsi di questo flagello? Voi sperate di vivere in pace e sicuri, avvolti nei vostri manti; su, signori! usate i cervelli e trovate il rimedio di cui abbiamo bisogno o, quant’? vero Iddio, vi mandiamo via! – Nel sentire questo il sindaco e la giunta tremarono di paura.
Ma ecco arrivare in paese uno strano personaggio dal lungo mantello, metà giallo e metà rosso. Alto e magro, il tipo portava in testa una cappa che con il bavero alzato metteva in ombra il viso. Curiosi, i bambini gli si fecero attorno mentre lui saliva per le vie. Anche il piccolo zoppetto seguiva, ma riusciva a malapena a stare nella fila. Nella piazza la folla silenziosa fece largo e il tipo arrivò al portone.
Il sindaco e la giunta, ancora alla ricerca di una trappola, udirono alla porta un bussare discreto.
– Avanti! – urlò il sindaco ed ecco entrare lo strano personaggio. – Dio ci benedica – disse il sindaco – cche cos’è questo? –
Levata la cappa e aperto il mantello, l’uomo mostrò lunghi capelli scuri e leggeri, un viso liscio e lungo, allargato in un lieve sorriso e si avvicinò alla tavola del consiglio.
– Eccellenze – disse il tipo facendo un ampio inchino – io sono capace di risolvere il problema che assilla i vostri cervelli, io posso liberare la città dai topi. –
Il sindaco e la giunta ascoltarono con interesse.
– E in qual modo riuscirete nell’intento, – chiese il sindaco.
– Con la musica del mio piffero – disse l’uomo, scoprendo lo strumento al collo, fra molti sorrisi.
– E quanto volete per il lavoro? – chiese il sindaco.
– Mille fiorini. –
– Solo mille!? cinquantamila dico io! – e tutti si misero a ridere.
– E sia – disse il sindaco, – prova col tuo piffero. –
Il Pifferaio scese in strada, increspò le labbra e alle prime note si udì il mormorio tipico di un esercito; ed il mormorio divenne brontolio, ed il brontolio un possente rombo, e come zampilli di fontane i topi uscirono dalle case. Topi grossi, topolini, topi neri, grigi e fulvi seguivano il Pifferaio, danzando, fino a che giunsero al fiume Weser, dentro al quale si tuffarono e perirono.
Ad Hamelin le campane suonarono fino a far vacillare il campanile.
– Andate! – gridava il sindaco – Frugate i nidi, chiudete i fori, non lasciate nella nostra città nessuna traccia dei topi! – quando nella piazza apparve la faccia del pifferaio.
– Per favore i miei mille fiorini – disse.
– Mille fiorini?! – fece il sindaco livido. – Pagare questa somma ad un vagabondo con un mantello da zingaro? Per quanto ci riguarda tutto è finito nel fiume – disse il sindaco ammiccando alla giunta – e ciò che è morto non più tornare in vita. Al nostro dovere, comunque, non mancheremo. Mille fiorini fu detto per burla; prendine cinquanta e ti andranno bene. –
Gli occhi del Pifferaio si fecero piccoli come spilli.
– Non ammetto scherzi – rispose – voglio la somma pattuita o sentirete suonare il mio piffero con diverso tenore. –
– Brutto spavaldo, razza di un suonator pezzente – rispose addirato il sindaco – speri con quel tono e quello sguardo da insolente di intimidirmi?! Cinquanta li rifiuti, non avrai nulla: suona fin che scoppi! –
Il Pifferaio non disse parola, andò per le vie, ed emise appena tre note. Si udì un correre di piedini, scarpe di legno risuonare sui ciottoli, battere di mani e vociare di piccoli. Tra calpestii e risa correvano bambini e ragazzetti con le guance rosa, i riccioli biondi, gli occhi vispi e i denti come perle tra labbra rosso rubino, tutti dietro al Pifferaio di Hamelino.
Il sindaco ammutolì e pure la giunta, vedendo i fanciulli passare saltellando; inutili i richiami e le grida dei genitori, che potevano soltanto seguire con lo sguardo il Pifferaio e i bambini danzare in fila alle sue spalle verso il fiume. Ma non andarono nell’acqua; si diressero invece verso le montagne, e raggiunto il fianco di una rupe entrarono per una porta, improvvisamente aperta, che si richiuse subito dopo loro.
Il sindaco mandò inviati in ogni parte del mondo a offrire al Pifferaio argento ed oro a suo piacimento, se solo fosse tornato e avesse riportato i bambini. Ma quando capirono che l’impresa era inutile, tutto il paese cadde per sempre in un profondo sconforto.
Uno però si salvò, il piccolo zoppetto che, ultimo e claudicante, non aveva fatto in tempo ad entrare: ancora dopo molti anni è triste nel ricordare che il Pifferaio aveva anche a lui promesso un paese paradisiaco, vicino alla città, le cure al suo piede e tanta felicità, e ora, ormai vecchio, siede spesso a pensare nel luogo dell’ultimo passaggio.

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